INIZIARE

COME INIZIARE

di Viktor Paciuko

Avevo scritto il secondo post sul perché uno dovrebbe aver voglia di scrivere un romanzo. Devo averlo cancellato per errore. Meglio così. Quando si riscrive qualcosa, la si è già messa alla prova secondo le sue possibilità espressive e, quindi, la seconda versione dovrebbe venir fuori meglio.

Nel secondo post continuavo sulla falsariga del primo. Adesso che l’ho inavvertitamente cancellato, ne ho approfittato per mostrare quando è sbagliato tirarla per le lunghe…

Adesso immaginerò un tizio che vuole scrivere un romanzo. Si chiama Bjork, è omonimo della cantautrice islandese, a parte i due puntini sulla “o”, perché sono difficili da trovare sulla tastiera.

Bjork è l’autore. Cosa crede di fare, scrivendo una storia in forma di romanzo?
Vuole mostrarci il suo mondo interiore. Vuole esporci la sua visione delle cose.

Sta pensando come potrebbe fare. Nella sua testa baluginano una miriade di led, che si accendono e si spengono. Sono le idee. Ma qual è il filo che le lega?

Che genere di storia è?

Non deve necessariamente immaginare un genere letterario, con i suoi stilemi e tradizioni. Può vagheggiare cose del tipo… che vorrebbe fare un libro come quello che ha scritto tal autore che ha ammirato tanto. Emulare non è plagiare ma reinventare. L’autore vero non riesce a copiare ma a tradurre nel suo mondo interiore.

Deve capire che tipo di sentimenti esprimerà, deve dire ai personaggi se ci saranno scene di nudo. Deve intuire in che modo dirà le cose, quindi deve pensare a chi le racconta, stabilire la voce narrante, e come si regolerà per i dialoghi e le descrizioni.

Vi sono questioni eminentemente pratiche che richiedono una preventiva disamina. Per esempio, un personaggio che sin dall’inizio conosce la storia, non potrà raccontarla col tono di chi non sa come sono andate a finire le cose.

Nel mio romanzo, Facciascancellata, sono andato oltre: le cose accadono ora, senza… incartarsi, e la voce narrante è un personaggio nella storia, che non può interferire con essa, e che “probabilmente” rinvia, paradossalmente, alla coscienza dell’autore. Ma parlerò in seguito, più approfonditamente, della voce narrante.

Vi sono cose che è bene dire con la soggettiva di una steadycam, altre da vedere mentre si avvicinano, andandoci incontro su un carrello, altre ancora è bene mostrarle con rapidi campo e controcampo. Talvolta c’è il distacco della visione “onnisciente”, anche aerea, del dolly, in altre circostanze è bene tenere la cinepresa a spalla inglobando nella drammaturgia i suoi movimenti, più o meno accidentali.

Talvolta, una situazione brevissima va costruita con cento frasi brevi, come la scena della doccia di Psycho con cento frammenti brevissimi,

altre volte, occorre girarci intorno, infinitamente, come faceva, per esempio, il Manzoni ne I promessi sposi, con frasi lunghissime, come fossero dei pianosequenza (per esempio, “Nodo alla gola”, sempre di Alfred Hitchock, è un film girato tutto in pianosequenza).

Si può scegliere di privilegiare, programmaticamente, una modalità narrativa, oppure spostarsi da una all’altra, secondo quel che la storia richiede.

A chi si rivolge la storia?

La domanda è cruciale perché gli indicherà i criteri con cui architettare la trama e, persino, le singole parole che deve usare. Il “lettore ideale” sarà una bussola durante la scrittura. L’autore concepirà il suo interlocutore, il suo immaginario, e una visione delle cose a cui si rivolge.

Lewis Carroll, per esempio, con Alice si rivolge a delle bambine, con l’ambizioso fine di veicolare concetti non intuitivi, cerca lo stupore con l’apparente nonsense, ma anche di offrire un ulteriore livello di lettura al pubblico adulto, con il paradosso. Il nonsense per un bambino diventa paradosso per un adulto.

Se si tratta di un romanzo per ragazzi certi contenuti sono ovvi in premessa, e altri esclusi a priori. Il lessico usato, ancorché improntato alla semplicità e alla chiarezza, si orienta anche sulla base del target generazionale. Non è una ricetta, ma un criterio per esplicitare la direzione della scrittura.

Torniamo al movente originario di Bjork, l’autore che ho immaginato, che si appresta a scrivere un romanzo. Vuole scrivere una storia in forma di romanzo. Non un racconto. Non un saggio. Non una canzone. Non un film. Non un articolo. Non un post per il suo blog. Proprio un romanzo. Sa cos’è un romanzo.

Bjork si deve chiedere: perché qualcuno dovrebbe voler desiderare di leggere la mia storia?
Se Bjork fosse un personaggio famoso, parlerebbe la fama al posto suo, e potrebbe far altro del suo tempo, affidando la scrittura del libro ad un ghostwriter. Eppure, se lo facesse, si perderebbe qualcosa d’importante nella vita: scrivere un romanzo. Eppure, qualcosa dovrebbe comunque fare, anche avendo a disposizione uno che scrive al posto suo: stilare una scaletta con l’autore fantasma, lasciarsi intervistare, parlare a ruota libera davanti ad un registratore (acceso).

Ma il nostro Bjork è un tizio qualunque, per il momento, cioè prima di scrivere il suo romanzo di successo, e non è neanche carino come la sua quasi omonima islandese, decisamente più nota. Allora deve puntare tutto sulla storia, sul romanzo, sul risultato. Non può contare su nessuna rendita di posizione. Il romanzo è lui, Bjork.

La storia dovrebbe intrigare e coinvolgere.
Come si può giungere ad un tale risultato?
Avendo in mente che dovrebbe stimolare l’immedesimazione, intrattenere ed essere interessante.
C’è una ricetta? No!
Possiamo ricordare quando noi eravamo intrigati da un libro: perché accadeva?
Perché la storia parlava di noi, il personaggio era “come noi”, c’era suspense, cioè non si sapeva mai come sarebbe finita, e gli ambienti e le situazioni erano descritte con ricchezza di lessico e di particolari.

La storia deve dunque avere un tono di autenticità, che non è lo stesso che dire spontaneità o sincerità.
La spontaneità è dettata da un gesto estemporaneo, che può essere malinteso, la sincerità è di qualcosa che si crede vero, ma che può annoiare gli altri (pensate a chi vi vuol raccontare il sogno che ha fatto la notte prima).
L’autenticità è, invece, la sintesi tradotta in un linguaggio semplice e chiaro della via narrativa scelta dall’autore, che prima ha verificato tutte le strade alternative. Può “sparare” a colpo sicuro perché sa dove va a parare. Può dire cose catartiche perché conosce le conseguenze di quel che fa e a chi si rivolge.

Quando preparavo un esame all’università, lo personalizzavo secondo il prof. . Andavo a vedere le sessioni precedenti dell’esame e registravo mentalmente gli schemi comportamentali del docente, così da prevenirlo. Anche alla maturità avevo un colpo in canna che preparai con cura, così che la commissione d’esame me lo facesse sparare con estrema… autenticità. Amo i maghi, l’illusionismo, la prestidigitazione! L’effetto è tutto. Se spieghi prima il trucco si perde lo stupore, e, quindi, la magia. Questo dice molto sulla natura umana, sul commercio e su quel che dovremmo fare, anche quando decidiamo di scrivere un romanzo. Vero Bjork?

L’autore sa dove va a parare, ma lo fa accadere in tempo reale, cerca le parole e i modi per rendere l’azione circondata dalla stessa nuvola di sensazioni ed emozioni che proviamo vivendo la vita.

Deve capire dove si annida il luogo comune, stanarlo, farlo fuori. Deve eliminare le frasi fatte e trite. Deve cercare di tradurre quel che prova il suo personaggio nel suo animo con le uniche parole che possono farlo rivivere nell’immaginazione del lettore.

I meccanismi narrativi, se volessi fare una similitudine, sono come quelli delle forme infinite che possono assumere i mattoncini lego. I vincoli sono intrinsechi, cioè, la forza di gravità della storia detta legge. Solo se si riesce a sospendere l’incredulità del lettore entriamo in contatto con lui. Diversamente, scrivere è tempo perso.

La sfida è interessare il lettore su quel che interessa noi, traducendoci nel suo codice. Mentre ci avviciniamo a lui, stiamo, al contempo, cambiando noi. Ci poniamo alla sua stessa distanza dal logos universale umano, a partire dal nostro soggettivissimo e solipsistico io!

A tal fine, l’incipit è la miccia essenziale per accendere la storia nella sua immaginazione.
Alcuni scrittori dedicano più tempo a scrivere l’incipit che il resto del romanzo. Si può ben capire. Se un lettore lo perdi subito, a che serve scrivere il resto del romanzo, se nessuno mai lo leggerà?

Per il momento mi pare che basti.

(c) Viktor Paciuko

facciascancellata copertina_01062014b(Clicca sul link https://www.facebook.com/pages/Facciascancellata/683086441754848?fref=ts e poi su “mi piace”.)

Tratto da “Facciascancellata” – (c) Viktor Paciuko (costo: 2,69 €)

http://www.amazon.it/gp/product/B00ICLJUQO?*Version*=1&*entries*=0

Chi volesse prenotare la copia cartacea (costo: 16 €) può farlo scrivendo a facciascancellata@libero.it

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